Un'antica filastrocca scandinava recita che
Chi un Elfo ha l'ardire
di spiare mentre sembra dormire,
o così stolto si è dimostrato
e una quercia ha sradicato,
sonni tranquilli può fin d'ora scordare
perchè l'Elfo ha osato disturbare.
Pagine vintage, spiritualità pagana, streghe, fate, letteratura dimenticata, figure femminili d'ispirazione. E musica, tanta musica!
Un'antica filastrocca scandinava recita che
Chi un Elfo ha l'ardire
di spiare mentre sembra dormire,
o così stolto si è dimostrato
e una quercia ha sradicato,
sonni tranquilli può fin d'ora scordare
perchè l'Elfo ha osato disturbare.
Noi che siamo stati bambini negli anni ’80 (ma anche negli anni ’90) abbiamo avuto un’infanzia abbastanza traumatica.
All’epoca le nostre giornate trascorse in cortile o a casa di amici - ma ancor meglio le sere d’estate all’imbrunire, sotto l’occhio vigile delle vicine di casa che facevano filò - finivano spesso con l’immancabile domanda:
“Sapete che cosa è successo a un mio amico in vacanza lo scorso anno?”
In effetti erano sempre amici, cugini o zii i protagonisti e testimoni delle situazioni più bislacche.
A volte si trattava davvero di fatti realmente accaduti, e lo capivi subito: erano divertenti, e non c’era alcuna componente horror.
Altre volte, invece, l’alone di mistero calava come una scure e ti mozzava il respiro.
Ricordo che la leggenda urbana che andava più di moda era quella della bambina pallida e vestita di bianco che bussava alla porta di casa (per lo più case di montagna o case vacanza) per chiedere un bicchiere di latte.
Quando il malcapitato rientrava in casa per prenderlo e tornava all’ingresso per porgerglielo, la bambina era sparita.
Il giorno dopo, per motivi mai del tutto chiariti, si scopriva che la bambina altro non era che un fantasma.
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| Fotografia recuperata da Pinterest |
Ma la leggenda che preferivo - e sulla quale, poi, ho scoperto sussistere un fondo di verità - era quella legata a una villa che si trovava a pochi chilometri da dove vivevo.
Sperduta (ma non troppo) in mezzo alle campagne emiliane, veniva chiamata Villa Mastella (non era il suo vero nome, ma questo l’ho scoperto solo in tempi abbastanza recenti).
I più avventurosi, nei primi anni ’90, organizzavano veri e propri pellegrinaggi in bicicletta, cercando di avvicinarsi il più possibile e sbirciando dalle finestre per scoprire qualche mistero.
Si diceva che ci fossero i fantasmi, ma nessuno ne aveva mai visto veramente uno. Poi, qualcuno iniziò a dire di aver visto qualcosa...
Non fantasmi, ma quadri molto strani. Guardando da una finestra, infatti, aveva notato dei dipinti appesi alle pareti che rappresentavano il diavolo in persona.
Non esistono però prove fotografiche di quanto riportato dal nostro Indiana Jones dell’epoca, quindi dobbiamo attenerci esclusivamente alla sua testimonianza.
Dalle mie parti, la leggenda dell’autostoppista fantasma è arrivata dopo, verso la fine degli anni ’90.
Ce la raccontavamo alle superiori, sussurrandoci i dettagli più raccapriccianti durante la ricreazione o disegnando i momenti salienti sui nostri diari.
Così come, del resto, che in America i coccodrilli venissero fuori dalla doccia, l’ho scoperto solo grazie a Samuele Bersani.
Per me, al massimo, nelle fogne ci vivevano le Tartarughe Ninja con il buon vecchio Splinter.
Chissà quanto ci fosse di vero in tutte queste leggende, e quanto invece fosse solo frutto dell’immaginazione di qualche amico a cui piaceva avere i suoi cinque minuti di gloria raccontando cose assurde.
Un po’ come quel mio compagno delle elementari che mi disse di aver trovato uno zombie nel baule dell’auto dei suoi genitori mentre tornavano dall’Olanda.
Che già per me, l’Olanda era un luogo mitico, inarrivabile, dall’altra parte del mondo — e quindi, di per sé, pieno di misteri...
Ma ammetto che, dopo il primo brivido, mi resi conto che si trattava di una panzana colossale. Lui stesso, a dire il vero, non sembrava troppo convinto.
Oggi, sempre più presto, i bambini si ritrovano tra le mani uno smartphone e hanno accesso a tutto lo scibile del web.
Manca, a mio avviso, quell’alone di magia che da piccoli ci permetteva di credere a queste leggende, di fidarci dell’amico che ce le raccontava, anche senza video o fotografie a supporto.
E poi, diciamocelo: quelle poche immagini che giravano erano sempre sfocate, e lasciavano tantissimo spazio all’immaginazione o al classico “ma va là, non si vede niente!”
Forse dovremmo essere noi adulti a ristabilire un po’ l’equilibrio.
A lasciare che la fantasia corra, ogni tanto. A non farci inghiottire del tutto dal “tutto e subito” del web.
Perché quella magia — quella che non ha bisogno di prove fotografiche a tutti i costi —
io credo che i nostri figli e i nostri nipoti se la meritino.
Molti ma molti anni fa, in Irlanda, viveva un uomo di nome Jack. Era un tipo molto schivo che passava tutto il tempo nelle taverne del suo paesino per lo più a bere. Era un uomo molto avaro, e per questo al suo tavolo era sempre solo, perché non voleva mai offrire da bere a nessuno. Per lo stesso motivo, da anni rifiutava ogni invito per paura che poi avrebbe dovuto ricambiare.
Quando, ormai vecchio, arrivò il momento di morire, Jack era ancora solo. In tutta la sua vita non aveva mai avuto un amico. Anche al suo funerale non andò nessuno, oltre al prete e al becchino. Così Jack fu sepolto e la sua anima salì al cielo. Si presentò alla porta del Paradiso e chiese di poter entrare. San Pietro, però, lo cacciò via a causa della sua avarizia, e gli consigliò di provare alla porta dell’Inferno.
Così Jack si presentò dal Diavolo, chiedendo almeno lì di esser lasciato entrare. Anche il Diavolo, però, non lo voleva e anzi lo cacciò via in malo modo, tirandogli dietro tizzoni ardenti. A causa del buio che lo circondava in quel luogo, fuori sia da Inferno che Paradiso, Jack fu costretto a raccogliere uno di questi tizzoni e a infilarlo in una zucca che trovò sul suo cammino, per farsi luce.
In questo modo ritornò sulla Terra, visto che nessuno lo voleva. E da allora vaga di casa in casa, di notte, con la sua lanterna sempre accesa, cercando ospitalità. Così, se in una notte molto buia doveste vedere una piccola luce arrivare da lontano, state molto attenti: si potrebbe trattare dell’anima perduta di Jack O’ Lantern!
La breve versione di questa leggenda è stata recuperata qui, ma la storia è in realtà molto più articolata! Inoltre Jack non avrebbe adoperato una zucca (come vuole la tradizione) bensì... Una rapa! Questi ortaggi venivano infatti, in passato, svuotati e utiizzati come lanterne. In alcuni paesini della Svizzera rimane tutt'oggi viva la tradizione della Räbechilbi (o fiera della rapa), un'antica usanza che festeggia il passaggio dall’autunno all’inverno. Durante la fiera si svolgono processioni in cui la notte viene illuminata da... rape-lanterna molto suggestive!
Tutti i bimbi erano eccitatissimi e non stavano più nella pelle per indossare finalmente i costumi preparati già da qualche mese.
Chi si vestiva da strega, chi da mago, chi da ballerina e chi da principessa.
Tutti i bimbi della cittadina avrebbero preso i loro cesti e, accompagnati dai genitori o da qualche fratello o sorella maggiore, avrebbero bussato di porta in porta intonando l’ormai famosa filastrocca del “dolcetto o scherzetto”.
Anche Annabelle si stava preparando, il suo vestito da fatina buona era pronto in camera sua, la mamma lo aveva confezionato seguendo le indicazioni della bimba.
Era come Annabelle lo aveva sempre voluto e sognato e la faceva sentire veramente speciale e bellissima.
La serata stava per iniziare, fuori faceva già buio e la sorella maggiore di Annabelle, Mary Anne, era pronta per accompagnare la sorella nel giro dell’isolato.
“Dai Annabelle, muoviti o faremo tardi, sono già le sette e dobbiamo rientrare per le dieci !”
Annabelle era pronta, sembrava una principessa, scese le scale di casa si guardò un’ultima volta allo specchio e decise che sarebbe stato l’Halloween più bello della sua vita.
E così in effetti fu, Annabelle e Mary Anne suonarono di casa in casa e ricevettero molti dolcetti, tanto che alle nove la sacca era ormai piena e Mary Anne voleva già tornare a casa.
Ma Annabelle era talmente emozionata per la serata che voleva stare fuori ancora un po’ e decise di dirigersi verso l’isolato vicino.
Appena girato l’angolo si trovò di fronte a casa Knockwood.
Era abitata dalla signora Knockwood, la zitella del paese che non godeva di una buona fama ed era considerata una vecchia strega.
Nessuno voleva avvicinarsi alla sua casa, la signora Knockwood era sempre sola e su di lei giravano da sempre strane voci in merito a riti magici consumati nella casa.
A scuola girava voce che la signora Knockwood avesse trasformato diversi anni fa in una gallina il figlio dei Taylor che aveva osato avvicinarsi troppo alla dimora e aveva cercato di spiare dalle finestre la padrona di casa.
Il ragazzo era scomparso da casa per una decina di giorni e quando ritornò raccontò a tutto il paese di aver vissuto per qualche giorno nel pollaio insieme agli altri volatili.
Ma Annabelle non credeva a tutte queste storie, o almeno così diceva, e avvicinandosi alla casa, visto che nessuna luce era accesa, decise di avventurarsi nel giardino sul retro.
Annabelle si sentiva forte e sicura, aprì il piccolo cancello di legno cigolante ed entrò.
MaryAnne voleva tornare a casa, era stanca di girare il paese travestita da Hot dog – in fin dei conti era l’unico costume che aveva trovato – così disse a Annabelle di sbrigarsi e l’aspettò sul marciapiede di fronte.
Il fatto di essere da sola rese Annabelle ancora più entusiasta di quello che stava vivendo; si diresse verso il retro della casa e vide il giardino illuminato solo dal chiarore della luna.
La signora Knockwood doveva già essere a letto, tutte le stanze erano buie.
Annabelle si rese conto che non c’era nulla di speciale in quel giardino, tutto era così tranquillo, forse tutte quelle storie non erano vere.
Non appena pensò questo, si voltò per tornare indietro e all’improvviso lanciò un urlo!
Davanti a sé, verso la siepe vide un’ombra orribile.
Un gatto nero, enorme, con due occhi di fuoco, la stava guardando.
Annabelle non ci pensò due volte, corse a più non posso verso il cancello e oltre.
Corse così forte, tanto che sua sorella iniziò ad inseguirla cercando di calmarla, ma così vestita ruzzolò un paio di volte e alla fine desistette.
Una volta tornata a casa Annabelle si calmò, raccontò tutto ai genitori i quali cercarono di consolarla e le raccomandarono di non tornare più da quelle parti.
Ma Annabelle si era così spaventata che sognava quel gatto nero tutte le notti.
Nei giorni seguenti, di ritorno da scuola, passava davanti a casa Knockwood, e la curiosità era così tanta che lo sguardo cadeva sempre verso il giardino ed il punto dove aveva visto il gatto, ma non riuscì mai a scorgere nulla.
Non c’era l’ombra di un gatto e poi casa Knockwood era disabitata. La signora Knockwood infatti era andata a far visita ad una cugina nel Midwest e non si sa quando sarebbe tornata.
Ma Annabelle non si dava per vinta, ormai quel gatto nero era diventato un chiodo fisso.
Una volta Annabelle lesse su un libro che la via migliore per eliminare le paure era quella di affrontarle a viso aperto.
Così pensò che se avesse rivisto quel gatto e se lo avesse affrontato avrebbe finito con non aver più paura di lui.
Decise di tornare nel giardino di casa Knockwood quella sera stessa.
Così, non appena tutti furono a letto Annabelle scivolò fuori dal suo letto e uscì dalla porta posteriore.
In un battibaleno si trovò di fronte a casa Knockwood.
Il cuore di Annabelle batteva forte forte, le manine erano fredde e sudate, le gambe erano bloccate in una morsa di paura.
Ma Annabelle si fece forza e scavalcò quel cancelletto cigolante di legno.
Arrivò nel retro di quel giardino e ripercorse i passi fatti qualche settimana prima…
“Uno, due, tre passi, ora mi giro” – pensò – “e il gattaccio dovrebbe essere lì.”
E così fu, Annabelle si voltò e come prevedeva il gattaccio era li che la guardava.
La sagoma era inconfondibile, le due orecchie erano ritte ritte quasi a cercare di captare ogni rumore proveniente dal vicinato.
Ma quello che faceva più paura ad Annabelle erano gli occhi.
Due occhi gialli e luminosi la fissavano intensamente e non distoglievano lo sguardo da lei.
“Ehi gattaccio” – urlò Annabelle – “se pensi di farmi paura ti sbagli, io sono una bimba coraggiosa e non mi farò intimorire da te. In fondo sei solo un gatto.”
Nulla…. il gatto non si muoveva, ascoltava Annabelle senza muoversi, le orecchie e la coda immobili come gli occhi che ora erano più luminosi che mai.
“Beh, non dici nulla? Se vuoi farmi scappare non ce la farai!”.
Così dicendo Annabelle fece qualche passo più in là e il gatto scomparve, “ah, ora scappi, eh! Dove sei? Fatti vedere!”
Annabelle tornò sui suoi passi e il gatto era ancora lì, fermo immobile, in attesa di qualcosa.
Annabelle allora presa da un impeto di coraggio prese a correre verso di lui sperando di farlo fuggire, ecco, il gatto si avvicinava, la bimba corse ancora più veloce incontro alla sua paura ma tutto ciò che trovò fu il groviglio di rovi della siepe di casa Knockwood.
“Oh, caspita” – pensò Annabelle – “ma… ma non c’è nessun gatto qui”….
Allora guardando attentamente la siepe davanti a sé Annabelle si rese conto che quello che lei aveva sempre visto era soltanto una sagoma creata dai rovi di casa Knockwood.
E gli occhi, erano due luci di due finestre della casa vicina…
Ecco perché di giorno non si vedeva nessun gatto!
Era solo un gioco d’ombre !!!
Quando Annabelle si rese conto di questo, e realizzò che aveva avuto paura solo di un’ombra, si mise a ridere così forte che si inciampò su una radice e cadde a terra.
Il gatto nero non esisteva più e anche la paura di Annabelle si era trasformata in una generosa risata.
Annabelle si rese conto che non tutte le cose sono come sembrano e si ripromise che da quel momento in poi avrebbe sempre verificato bene tutte le cose invece di trarre conclusioni errate ed affrettate.
Pensando questo si diresse verso casa, rientrò nel suo lettino caldo e si addormentò felice, sicura che quella notte il gatto nero non avrebbe fatto parte dei suoi sogni.
Scritta da Caterina Falchi e illustrata da Anastasia Fogal
Tratto da https://www.mammafelice.it
C'era una volta un ragazzo cui non piaceva il buio.
Amava lanterne e lampade, torce e candele, fiammate e fasci di luce.
Ma non amava il buio, cioè la Notte. Non amava per niente gli interruttori della luce, perché gli interruttori spegnevano le luci gialle, quelle verdi e quelle bianche, le luci dell'ingresso, le luci di tutta la casa. Non avrebbe voluto per nessuna ragione toccare l'interruttore. E non sarebbe mai andato a giocare fuori, al buio.
Una notte, il ragazzo si aggirava tutto solo per la casa.
Mio Dio, che splendore di luci! Sembrava che la casa fosse in fiamme!
Tutto a un tratto sentì un tocco alla finestra.
Una ragazza stava là in piedi in mezzo alle luci bianche, le luci brillanti, le luci dell'ingresso, le luci piccole, le luci gialle, le luci calde.
– Il mio nome è Oscuro – disse. Aveva i capelli scuri, gli occhi scuri, e indossava un vestito scuro e scarpe scure.
Ma il suo viso era bianco come la luna.
– Tu sei triste e solo – disse. –Ti presenterò alla Notte e diventerete amici.
E spense una luce del portico.
– Lo vedi – gli disse. – Non si è spenta la luce.
No! Semplicemete si è accesa la Notte. Tu puoi accendere e spegnere la Notte, proprio come puoi accendere e spegnere la luce.
E con Io stesso interruttore! Quando tu accendi la Notte, accendi anche i grilli!
E accendi le rane. E accendi le stelle! Chi può sentire i grilli e le rane con le luci accese? Nessuno. Chi può vedere le stelle e la luna con le luci accese?
Nessuno. Capisci che cosa stavi perdendo? Hai mai pensato di accendere i grilli e le rane? Hai mai pensato di accendere le stelle e l'immensa luna?
– No – disse il ragazzo.
– Bene, prova! – disse Oscuro.
E così fecero. Andarono su e giù per le scale per accendere la Notte.
Per accendere l'oscurità. Per far vivere la Notte in ogni stanza.
In quel momento il ragazzo fu davvero felice.
Ray Bradbury
Era già quasi buio e tutt’intorno regnava una strana atmosfera.
“Proviamo a bussare” suggerì Mirko all’amico. Poco dopo aprì una vecchietta dall’aspetto poco rassicurante, si trattava della strega Perfidia, indossava un vestito di colore scuro e sulla testa portava un bizzarro cappello a punta.
” Entrate, entrate pure miei cari fanciulli ! ” disse in modo gentile la donna.
Una volta all’interno, lo sguardo dei fanciulli si indirizzò verso la cucina, dove da un grosso pentolone fuoriusciva un fumo denso e nauseabondo.
“Sedete, sedete pure alla mia tavola,- li esortò la vecchia strega, – vi preparerò un buon pranzetto, sono certa che vi piacerà! .”
I due bambini rassicurati dalla cordialità della donna, presero posto attorno al tavolo.
Poco dopo ella si diresse velocemente in giardino, raccolse una grossa zucca, dopodiché si mise subito ai fornelli, preparò ; crema di zucca come primo, zucca fritta per secondo e per finire dei deliziosi dolcetti alla zucca profumati allo zenzero.
I due bambini mangiarono di buon gusto, una volta terminato il delizioso pranzo, la donna gli propose di rimanere lì per la notte , affermando che fuori era già quasi buio e ci si poteva imbattere in persone poco raccomandabili. I due bambini dopo qualche attimo di incertezza finirono per accettare.
Si erano da poco messi a letto, quando ad un tratto si udirono dei colpi sordi alla porta. Mirko e Livio spaventati si precipitarono giù dal già dal letto e cercando di non far rumore si accostarono alla finestra.
Benché fosse buio, scorsero delle ombre vagare nella notte, indossavano una veste bianca e si aggiravano in modo circospetto all’interno del bosco. Poco dopo videro la vecchia strega, dirigersi proprio verso di essi e di seguito conversare animatamente con loro.
Una volta rientrata in casa, si diresse velocemente in cucina, sollevò il coperchio della pentola ed iniziò ad inserire degli ingredienti, indicandoli uno ad uno .” Coda di rospo, ali di pipistrello , denti di coccodrillo, becco di corvo e per ultimo polvere di serpente” Mentre girava e rigirava il composto ella mormorava:
” Offrirò ai due fanciulli questa pozione magica, una volta ingerita , essi ubbidiranno ad ogni mia richiesta e saranno per sempre succubi della mia volontà .”
I due bambini avendo udito le reali intenzioni della donna , molto spaventati, decisero di nascondersi sotto il letto, dopodiché uno dei due disse all’altro:
“Dobbiamo fuggire immediatamente da qui o finiremo dritti nelle grinfie di quella megera.” L’amico acconsentì subito e quando ebbero la certezza che la donna fosse andata nuovamente a letto, si avviarono cauti verso l’ingresso, aprirono con prudenza la porta e una volta in strada iniziarono a correre a gambe elevate.
Mentre fuggivano per il bosco, si udivano da non molto lontano rumori e frastuoni di vecchie catene. All’improvviso gli si parò davanti una bianca figura, era uno spettro che rivolgendosi ai due bambini esclamò :
” Sono Hally il fantasma della notte! ” Poi iniziò animatamente a muovere le braccia, per poi ridacchiare e sogghignare in modo beffardo.
I due bambini terrorizzati seguitarono a correre e una volta raggiunto il villaggio , si avvidero con grande sorpresa, che molti bambini erano scesi in strada , vestivano in modo alquanto bizzarro, indossavano costumi di; maghi, fantasmi e vecchie streghe e tutti sembravano essere allegri e felici.
Mirko e Livio, ancora provati dall’esperienza da poco vissuta, compresero che quella era una notte speciale, era la notte di Halloween, dove tutto poteva accadere. Erano certi che se avessero raccontato a qualcuno la loro disavventura, nessuno mai gli avrebbe creduto.
Pertanto conclusero di tenere per sé quel piccolo segreto, dopodiché si unirono anch’essi a tutti gli altri e festeggiare così in compagnia la tenebrosa e oscura notte di Halloween.
Annamaria Villani
Tratto da https://www.tiraccontounafiaba.it/
Il Signore dell’Eternità donò il Sole al Giorno, perché lo illuminasse con la sua luce, facesse maturare i frutti della terra e ricompensasse le fatiche degli uomini...La Notte si offese, lei non ricevette nulla, e rimase tristemente avvolta dall'oscurità. Ma il gigante Ti-Nu volle consolarla: affondò le sue mani invulnerabili nel molle corpo del sole e ne staccò una porzione tondeggiante, poi la avvolse in una nuvola, per portarla alla Notte. Improvvisamente un cane rabbioso si avventò su di lui : per difendersi, il gigante Ti-Nu fuggì con velocità. Ma la nuvola che avvolgeva la porzione di sole da donare alla Notte era piena di fenditure e, nella fuga, il suo prezioso contenuto fuoriusciva. Ti-Nu, ignaro, continuò a correre e non si accorse di spargere intorno a sé scintille luminose, di seminare fiorellini incandescenti. Corse così velocemente che inciampò nel secchio dove era stato versato il latte argenteo di una capra sacra: quella piccola porzione di sole che non si era dispersa nella fuga vi cadde dentro, e perse la sua luminosità. Il gigante Ti-Nu si disperò. Il cane rabbioso continuò ad inseguirlo, Ti-Nu continuò a correre per fuggire e, tutt'oggi, ancora corre. E non sa di aver creato il firmamento, con le stelle scintillanti e la pallida luna, protettrice dei sogni.
C'era una volta un contadino di Mumby vicino ad Alford, nella contea di Lincoln, che aveva una bella fattoria, ma stava pensando di acquistare altri due campi avendo bisogno di un po' più di terra da coltivare.
Dunque si comperò un pezzo di terreno e l'affare lo soddisfece poichè la terra era buona.
Il giorno dopo andò al campo appena acquistato per vedere che cosa dovesse seminare.
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| Foto: Martin Martinček - Liptovský horal (1970) |
Era pelosissimo con delle braccia lunghe come le sue.
"Sparisci" gridò all'uomo. "Questo è il mio campo."
"Non è vero" disse il contadino "l'ho comperato io."
"E' mio, ti dico" esclamò il boggart stringendo i pugni e facendo una faccia come se volesse strozzare il contadino.
Questi ebbe paura di imbarcarsi in una lite con quell'energumeno per giunta malvagio, ma nel medesimo tempo non capiva perchè mai dovesse rinunciare al suo pezzo di terra che aveva pagato così caro.
Perciò disse, cercando di fare buon viso a cattivo gioco: "Forse possiamo arrivare ad una transazione".
"Voglio dirti una cosa," fece il boggart sghignazzando "dividiamoci i raccolti".
"D'accordo" ribatte'il contadino. "Quale parte vuoi tenere? Quella che cresce sopra o quella che cresce sottoterra?"
"Quella che cresce sopra" disse il boggart pensando di averlo messo nel sacco.
Il contadino era furbo e piantò le patate, sicchè quando il boggart venne a prendersi la sua parte, non trovò altro che il verde ormai secco delle pianticelle.
Così, alla domanda del contadino che cosa scegliesse per l'anno dopo, si precipitò a rispondere "Tutto ciò che cresce sottoterra".
Il contadino seminò l'avena. Venne il tempo del raccolto. L'avena matura fu falciata, e per la seconda volta il boggart rimase scornato perchè gli toccarono le stoppie e le radici.
Era furibondo, ma il contratto è contratto.
Egli aveva scelto la parte nel terreno e l'aveva avuta.
Allora al boggart venne in mente un'idea che gli parve buona.
"Quest'anno" disse al contadino "pianterai il frumento. Lo falceremo insieme e ciascuno si terrà quello che ha falciato."
Il boggart infatti sapeva di avere un paio di braccia molto più forti di quelle dell'uomo, e calcolò di falciare più alla svelta.
"Niente da fare quest'anno" pensò il contadino, il quale era stato per l'appunto costretto a seminare il frumento.
Ogni mattina andava sul campo e, benchè si aspettasse il contrario, constatava che si prometteva un buon raccolto.
La prospettiva che il boggart si portasse a casa la parte maggiore finì per infastidirlo.
Nel villaggio viveva un uomo noto per la sua saggezza.
Il contadino andò a chiedergli un parere e, appena uscito dalla casa di quel saggio si fregò le mani: a spron battuto si recò al villaggio e dal fabbro si fece foggiare alcune verghe di ferro, che poi conficcò nel terreno sul lato del campo che sarebbe toccato al boggart.
Nel giorno fissato per il raccolto c'era un sole sfolgorante e le ariste erano turgide.
Arrivò il boggart felice e contento con la falce in spalla; "Io comincio da questo lato e tu dall'altro" disse.
Iniziarono a mietere. Il contadino procedeva più rapido e le sue falciate erano accompagnate da un ampio movimento del braccio, mentre il boggart continuava ad urtare le aste di ferro - lui le aveva prese per erbacce - tanto che la sua falce perse subito l'affilatura.
"Maledette erbacce! Come siete resistenti!" imprecò e si dovette fermare per affilare la lama.
Le aste che spuntavano dal terreno erano fitte, per cui anche i cozzi della sua falce contro di esse furono frequenti.
Prima di mezzogiorno il contadino aveva falciato metà del campo, il boggart invece non era andato oltre uno spicchio.
Il sole dardeggiava sulle messi e il calore non fece che accrescere la rabbia del boggart che, esasperato, alla fine lanciò una voce al contadino: "Ma nella tua parte non ci sono erbacce?"
"Neanche una" rispose il contadino continuando a falciare tranquillamente.
Il boggart, dopo essersi fermato almeno una ventina di volte, rinunciò all'impresa: gettò lontano la falce e gridò: "Tieniti il tuo campo, non voglio più averci a che fare." Battè i piedi con forza sul terreno, e la terra si fendette: egli precipitò nella voragine.
L'ultima cosa che il contadino vide di lui fu un ciuffo di peli neri.
Non tornò mai a rivendicare il possesso del campo, ma persino oggi ricompare di tanto in tanto per spaventare la gente.
E i contadini, quando perdono un attrezzo dicono: "Se l'è preso il boggart!"
Tratto da "Fiabe e leggende inglesi" a cura di Frederik Hetmann - Mondadori