giovedì 4 ottobre 2018

44 giorni stregati - Giorno 6

Un Dio preferito

Thor era – ed è ancora – una delle figure più amate e ricordate di tutta la mitologia del Nord Europa. Era anticamente venerato dai popoli scandinavi, dai vichinghi e dalle popolazioni germaniche, presso cui aveva nomi diversi. Gli scandinavi, in particolare, si definivano “popolo di Thor” poiché questi era considerato una divinità molto vicina agli esseri umani, capace di rappresentare molte qualità e caratteristiche comuni – o comunque apprezzate – dei guerrieri del Nord.

Thor brandisce il martello Mjoolnir, dipinto di Mårten Eskil Winge, 1872.
Thor era figlio di Odino, il re degli dèi, e di Jord (in norreno Jörð), la dèa della terra. In particolar modo, Thor rappresentava il dio del tuono e del fulmine, e quindi della pioggia e della tempesta. Il suo nome in tedesco era “Donar” o “Donner“, che significa appunto “tuono”, e a lui era dedicato il giorno del giovedì (in tedesco Donnerstag, cioè “giorno di Thor”), mentre il nome Thor era di origine scandinava.

Veniva rappresentato come un uomo possente, muscoloso, dallo sguardo feroce e accigliato e dei lunghi capelli e barba biondi, oppure rossi. Di lui si diceva che creasse il fulmine attraverso il martello Mjöllnir (a volte scritto anche Mjölnir o Mjoolnir), l’infallibile “frantumatore“, vero simbolo di questa divinità: forgiato dai nani Eitri e Brokkr come dono per Thor, questi lo utilizzava in battaglia come fosse un boomerang, per uccidere i nemici e creare il fulmine. Thor aveva però con sé anche altri due oggetti magici: una cintura in grado di raddoppiare la sua forza e dei guanti di ferro che era solito indossare per impugnare e afferrare al volo il suo martello.

THOR E MJOLLNIR
Thor e il suo martello, da un manoscritto del XVIII secolo.
Viaggiava su un carro trainato da due magici caproni neri, dal nome Tanngnjóstr e Tanngrisnir: il primo, nella lingua norrena, significa “colui che digrigna i denti” e il secondo “colui che fa stridere (o arrotondare, o addirittura spaccare) i denti” per via del rumore prodotto dalle loro mascelle. Thor se ne cibava durante i lunghi viaggi senza mai ucciderli, poiché la loro carne aveva il potere di ricrescere in continuazione, direttamente dalle loro ossa grazie al martello Mjöllnir. E’ possibile che questi due caproni rappresentassero i nuvoloni neri preannunciatori di pioggia, che scompaiono dopo un violento acquazzone per poi ricomparire tempo più tardi. Il martello di Thor, invece, capace di produrre un terribile boato nel momento in cui colpiva a morte i nemici, era la rappresentazione del tuono.

Essendo il dio del fulmine, non c’è da stupirsi che spesso Thor si accompagnasse a Loki, cioè il dio del fuoco, che era un dio malvagio, autore di inganni e malefatte. Thor invece, nonostante l’aspetto minaccioso e la ferocia nel combattere i nemici – tra i più famosi si ricordano i giganti, simbolo del caos – era un dio benevolo, considerato il protettore dell’umanità e portatore di prosperità.

Viveva nel bellissimo castello di Bilskirnir ed era sposo di Sif, da molti considerata la dea della fertilità, che appunto è portata dalle piogge. Di lei si diceva che avesse dei bellissimi capelli d’oro filato, in cui molti hanno voluto vedere il simbolo delle messi e del grano, e che le fossero stati fabbricati dai nani dopo che Loki le aveva tagliato i suoi per dispetto.

SIF
Sif e Loki, di John Charles Dollman
Nonostante l’identità di Sif resti ancora oggetto di dibattito, quello che viene riferito con precisione dagli scritti popolari di mitologia norrena è che lei e Thor ebbero due figli: Thrud (o in norreno Þrúðr) e Mòdi.

Mòdi era “L’arrabbiato” o “Il selvaggio”, dio di estrema forza e ferocia. Thrud, come la madre, era invece una valchiria, cioè una dea col compito di indicare a Odino la sorte dei guerrieri in battaglia. Il suo nome significava “Forza” e di lei si diceva che un giorno si fosse fidanzata col nano Alvìs, suscitando le ire del padre. Per impedire il matrimonio, Thor aveva ingannato Alvìs costringendolo a esporsi ai raggi del sole, fatali per i nani, che secondo la mitologia sono appunto costretti a nascondersi nelle miniere per evitare di venire pietrificati dalla luce del giorno. Costretto da Thor ad attardarsi sulla terra fino alle prime luci dell’alba, Alvìs era stato dunque pietrificato dal sole del mattino, e lo sposalizio con Thrud non aveva potuto avere luogo.

Prima del matrimonio con Thor, Sif era stata sposata con Orvandil e aveva avuto un primo figlio di nome Ullr, raffigurato come un arciere o come uno sciatore. Veniva descritto come una divinità splendente, bellissima, simbolo forse della neve oppure del sole. Si diceva che col legno di tasso, albero a lui sacro, fabbricasse archi e frecce con cui combattere i demoni. Viveva a Ýdalir (“valli del tasso”) ed era il protettore dei combattenti, ma anche il simbolo del cielo e della luce. Da lui si pensa sia derivato il nome dell’eroe “Ulisse“, appartenente alla mitologia classica (Felice Vinci, “Omero nel Baltico”).

ULLR
Thor aveva invece avuto, dalla gigantessa Járnsaxa, il figlio Magni, simbolo della potenza, che aveva combattuto, assieme al padre, il gigante Hrungnir.

Di Thor veniva narrata la morte durante il Ragnarök, cioè la fine del mondo o “crepuscolo degli dèi”, nel quale ogni divinità del Nord (gli Asi o Aesir) sarebbe stata uccisa dal proprio alter-ego. La morte di Thor sarebbe avvenuta dopo aver ucciso il serpente Midgardsormr (o in norreno Miðgarðsormr, detto anche Yormungand), figlio di Loki e fratello del lupo Fenrir (che avrebbe ucciso Odino). Dopo la morte del mostro, il dio non sarebbe stato abbastanza veloce da sfuggire al suo soffio velenoso, che lo avrebbe fatto cadere esanime dopo aver compiuto, allontanandosi, il numero esatto di nove passi.

THOR E MIDGARDSORMR
Thor e il serpente di Midgard, illustrazione di Emil Doepler (1905) da “Valhalla: il mondo degli dei germanici”
Alla fine del mondo, la mitologia nordica tramandava che sarebbero stati i figli di Thor a resuscitare e a ereditare il martello Mjöllnir, col quale avrebbero dominato il fulmine al posto del padre.






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